Gli haiku: quando la semplicità diventa poesia

Sapevate che il termine “haiku” nasce solo verso la fine dell’Ottocento?

Waka, uta e renga la poesia giapponese antica

L’uso di creare poesie composte da versi di cinque e sette sillabe era diffuso già dal 1700 con forme chiamate in vario modo, tra cui waka o uta (parole che significano genericamente “poesia”).

Esisteva inoltre una forma di poesia collettiva detta renga, ovvero “poesia in dialogo” (“ga” è una diversa lettura del kanji di “uta”) in cui due o più persone si alternavano improvvisando coppie o terzine di versi – detti “ku” – rispondendosi l’un l’altro.

L’haikai

Intorno al 1300 si affermò poi un tipo particolare di renga detto “haikai no renga” o più brevemente “haikai“, una forma di renga più libera, popolare e meno aulica (“haikai” significa appunto “buffo” o “comico”).

L’haiku deriva proprio da questa forma di poesia; il termine stesso è infatti la contrazione di “haikai no ku” (versi di haikai).

In un haikai, la prima terzina di versi era detta “hokku” ed era costituita da tre versi di 5-7-5 sillabe. Era la terzina più importante dell’haikai perché decideva il tema e il carattere di tutta la poesia.

Matsuo Basho e il periodo Edo

All’epoca di Matsuo Basho (1644-1694) l’hokku era ormai diventato una “poesia nella poesia”, una breve ma intensa espressione che poteva essere letta anche indipendentemente dal resto del poema.

Basho è attivo all’inizio dell’era Edo, un’epoca di relativa pace dopo anni di guerre civili interne. In questo periodo emerge in Giappone una classe borghese cittadina, interessata a un tipo di arte più semplice e immediata: si diffondono gli ukiyo-e, i romanzi illustrati (ukiyo zooshi), il teatro kabuki e anche un tipo di poesia con toni meno elevati ma non per questo meno raffinati.

A Basho dobbiamo il passaggio da un haikai brillante a uno più profondo e sentito. Anche nella sua vita privata Basho passò dal mantenersi come maestro di haikai e organizzatore di incontri di poesia a Tokyo allo scegliere una vita errante, più ritirata e povera, in cui approfondire la conoscenza della filosofia zen.

Sarà proprio l’estetica zen a influenzare la poesia di questo autore, infarcita di wabi-sabi, ovvero il gusto per una bellezza sobria, imperfetta e nostalgica.

L’haiku

Un haiku è costituito da tre versi di 5, 7 e 5 sillabe. Pochi versi concisi, infarciti di immagini del vivere quotidiano, in cui però poter ritrovare il rapporto dell’uomo con la natura, quello tra la bellezza universale e quella caduca, il rispecchiarsi dell’eterno in un  momento di vita quotidiana.

Gli haiku dovevano rispondere a diversi canoni formali, tra i quali forse il più importante è quello di contenere al suo interno un “kigo”, ovvero un “elemento stagionale”. Questo può essere un fiore, un riferimento astronomico, i fuochi d’artificio di una festa stagionale; la sua scelta serve sia ad indicare il periodo dell’anno in cui si svolge la scena raccontata sia a dare un carattere specifico al senso del racconto.

La brevità dell’haiku non è frutto di una sintesi estrema, ma di un’elisione, di un togliere tutti quegli elementi che, seppur non detti, possono essere intuiti. Nella sua semplicità l’haiku non rimanda a significati metafisici o ideali, ma semplicemente racconta un accadimento o, meglio, un moto, qualcosa in evoluzione, che si svolge in un attimo. Un momento di vita che trova la sua unicità proprio nell’innalzare a esempio di bellezza un elemento marginale, quotidiano, comune.

Il vecchio stagno

Il vecchio stagno.
Una rana salta.
Il suono dell’acqua.
(traduzione di Fosco Maraini)

L’haiku che abbiamo scelto per dare il nome al nostro incontro è stato scritto nel 1686 e lo stagno a cui fa riferimento è quello che si trovava vicino alla casa del poeta. La rana è l’elemento stagionale, il “kigo”; la poesia si svolge dunque in primavera, quando le rane escono dal letargo e si riproducono.

Questi pochi versi sono un’espressione altissima di wabi-sabi: l’amore per le cose semplici che tuttavia ci fanno meravigliare e concentrare su un momento che altrimenti ci saremmo persi, la bellezza della patina che avvolge le cose sottoposte allo scorrere del tempo, come ad esempio il muschio e le pietre che ci possiamo immaginare pensando allo stagno.

Questo senso di pace è improvvisamente turbato da una rana che salta, questo moto fa spostare la nostra attenzione al suono dell’increspatura dell’acqua in seguito al suo tuffo. Allora il nostro pensiero inizia a muoversi, ad animarsi, confrontando il tempo lento del vecchio stagno e quello veloce della rana, la stasi e il movimento, il silenzio delle acque ferme e il rumore della rana che si tuffa. Il fascino inspiegabile delle cose è “yugen”, misteriosa profondità, una semplicità elegante e complessa.

L’elemento visivo dello stagno, quello cinetico della rana e quello uditivo dell’acqua si coordinano; i tre versi non esisterebbero l’uno senza l’altro.

Infine tutto torna nella situazione iniziale. In giapponese si parla di “mono no aware”, la dolce malinconia, la nostalgia perché tutto è mutevole e tutto è caduco, il sentimento che ci prende di fronte a ciò che è immutabile ed effimero insieme.

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Ukiyo-e di Kitagawa Utamaro

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