5 settembre 2012 Blog 0

Niente sadomaso, siamo italiani

Tra fatti di cronaca, bestseller, film e merchandising, la parola “bondage” è sulla bocca di tutti, magari pronunciata “bondàsg”, alla francese, che fa più chic.

In una sfilata le modelle indossano qualche corda? Bondage e alta moda! In un film qualcuno usa una corda per legare una persona? Scena di bondage! Un fotografo mette delle corde su una modella? Ecco una foto di bondage!

Per carità, ben venga se si parla di una pratica che fino a qualche tempo fa molte persone ignoravano; il problema è che ora spesso la si fa conoscere male. Online e offline si parla tanto di “soft bondage”, di “arte”, di shibari come “pratica di rilassamento del corpo e della mente”, di “corde che sfiorano”, ecc. Questo buonismo, questa voglia di sdoganamento a tutti i costi, questa volontà di mostrare sempre qualcosa di rassicurante, buono, dolce e sorridente, se da una parte mostrano un mondo finora poco conosciuto, dall’altra lo illuminano di una luce patinata che finisce per essere solo disinformazione.

A livello di sicurezza, ho letto addirittura un articolo in cui, forse ritenendo le corde troppo “estreme”, si consigliava di giocare al “piccolo nawashi” con fascette di plastica e stringhe per le scarpe. Niente di più pericoloso: il mix ormoni-inesperienza-materiali inadatti come quelli suggeriti (sottili e scorsoi) rischiano di fare danni seri nelle mani di un improvvisato Mr. Grey.

Ok, non tutti sono interessati a sospensioni, al bondage giapponese, al bdsm, ma davvero si pensa che presentare continuamente una versione edulcorata del bondage sia la soluzione migliore? Se un vostro amico straniero volesse provare la pizza napoletana, lo portereste in un ristorante turistico di pizza a taglio? Se qualcuno volesse capire che cosa si intende per fotografia erotica gli fareste vedere un catalogo Postalmarket?

Anche io ritengo che il bondage abbia degli aspetti artistici e che si possa tranquillamente fare al di fuori della coppia, tra amici, ma sono anche il primo a ritenerlo una pratica sessuale.

Sesso. Che parola volgare! In un mondo in cui tutto deve essere pulito e perbene, non si pensa che la sessualità è un campo vastissimo che va dal rapporto con se stessi a quello con gli altri, dall’amicizia all’amore, dall’abbraccio al coito. Il bondage, in quanto attività tra due persone che coinvolge sia la mente che il corpo, che stimola i sensi e che ha a che vedere con le emozioni e i sentimenti e l’immaginario erotico, è un attività che riguarda la sessualità, anche se fatta tra due amici. Sapevatelo.

E per quanto riguarda il bdsm? Ebbene, l’acronimo BDSM significa Bondage, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo; ci vuol poco a notare che la prima parola sia proprio quello di cui stiamo parlando. A dire il vero però si tratta di un “bondage” con un significato più ampio di quello a cui pensano tutti in Italia. Bondage in inglese vuol dire infatti “schiavitù” e indica tutte le pratiche coercitive e di immobilizzazione, non solamente l’uso delle corde; manette, croci di Sant’Andrea, harness, nastro di pvc, pellicola, divaricatori, ecc sono tutti oggetti che vengono utilizzati in pratiche di bondage. Visto però che molte persone usano le corde nei loro giochi, il termine “bondage” ha finito per indicare una certa pratica, detta “rope bondage” in inglese. Ad essere pignoli anche all’interno del rope bondage ci sono diversi “generi”: quello in stile occidentale, il macramé, il damsel in distress, il fusion e lo shibari, ovvero il bondage in stile giapponese.

Ad ogni modo, non a caso il bondage fa parte del BDSM: quando si immobilizza il partner, quest’ultimo consegna una parte della propria libertà ad un’altra persona; non necessariamente tra i due ci deve essere una relazione di dominazione e sottomissione, ma di fatto chi viene legato accetta che un’altra persona prenda le redini del suo corpo durante il viaggio che farà sotto le corde, quindi vi si sottomette. Purtroppo la parola “sottomissione” nel senso comune possiede una connotazione negativa e svalutante che invece non ha ragione di esistere: il BDSM è una serie di pratiche basate sul rispetto e sulla soddisfazione reciproca e non c’è nessuna inferiorità in chi decide di essere il “rope bottom”.

Per quanto riguarda poi il sadomaso, non necessariamente ci devono essere aspetti di gioco sadomasochistico durante il bondage; dipende dai gusti di chi lo fa, ma anche in questo caso non dimentichiamoci che non necessariamente il dolore è qualcosa di estremo o di spiacevole: i limiti di ognuno sono quelli del piacere e del buon senso.

Riguardo a questi punti è poi il caso di fare un’ulteriore precisazione. Spesso si legge che il bondage fa parte del “perverso e negativo sadomaso”, mentre lo shibari è un “rituale artistico” giapponese “raramente finalizzato ad un atto sessuale completo ed esplicito”. Come tutto ciò che è giapponese, ci immaginiamo lo shibari come qualcosa basato su un’estetica di perfezione, magari anche un po’ ascetico. Ebbene, non è così: lo shibari è “il” bdsm in Giappone! Performance e video di rigger giapponesi sono spesso connotati in senso sadomasochistico e di dominazione/sottomissione e hanno scene di sesso al loro interno o alla fine. Siamo noi occidentali che abbiamo adattato e reso accettabile ai nostri gusti e ai nostri canoni estetici lo shibari che tuttavia mantiene comunque un legame inscindibile col bdsm.

Insomma, l’argomento è veramente complesso e difficile da spiegare. Tuttavia in un mondo in cui c’è chi fa l’orto perché vuole un prodotto che sia meno bello ma più sano, chi ascolta musica indie perché non è imposta dalle multinazionali e chi preferisce il gusto tannico di un Chianti al Tavernello, è forse giunto il momento di scoprire il lato più interessante anche del bondage!



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Andrea:

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